La prima criptovaluta statale

Foto del presidente venezuelano Nicolás Maduro davanti al logo del petro

La prima criptovaluta statale

Il Venezuela è il primo Stato ad aver lanciato una propria criptomoneta: il petro. Il suo nome viene dal petrolio, parola la cui etimologia risale al greco petra, pietra, e al latino oleum, olio. Questo perché le immense riserve petrolifere del paese dovrebbero coprire la moneta.

È come quando in passato il franco era legato alle riserve auree della Confederazione e le monete e le banconote corrispondevano in teoria a una determinata quantità dell’oro conservato dalla Banca nazionale. Oggi, il Venezuela garantisce che ogni token di petro può essere scambiato per un barile, ossia 159 litri, di greggio. La cosa sarebbe anche plausibile, considerato che il Venezuela dispone delle maggiori riserve mondiali di oro nero.

Ma le garanzie non valgono nulla quando il garante ha la reputazione di un regime corrotto e despotico. Nonostante l’immane ricchezza di materie prime, durante il mandato di Nicolás Maduro il paese ha quasi fatto bancarotta. Il bolivar, la valuta nazionale, ha subito l’iperinflazione e non vale praticamente più nulla. Le proteste dell’opposizione e di una popolazione impoverita vengono represse dall’esercito.

Maduro afferma che il petro renderà il paese più indipendente nei confronti della politica finanziaria imperialista delle grandi potenze capitaliste e soprattutto degli USA, le cui manipolazioni sarebbero all’origine dei gravi problemi del Venezuela: caduta libera della valuta, disoccupazione, penuria di generi alimentari e un sistema di sanità quasi inesistente.

Ed è vero che ultimamente gli USA e l’UE hanno imposto sanzioni economiche sempre più pesanti. Si è tuttavia trattato di una reazione alla politica vieppiù autoritaria di Maduro e alle violazioni dei diritti umani che ne sono conseguite. Queste misure sono volte a minare la capacità d’agire sul piano finanziario del presidente e dei suoi fedelissimi.     

Nei forum dedicati alle criptovalute c’è chi afferma che la vendita dei petro servirebbe al regime venezuelano più che altro per ottenere valuta forte. Le transazioni sulla blockchain garantiscono inoltre un maggiore anonimato, il che consentirebbe a Maduro e compagnia di arricchirsi senza essere captati dai radar degli enti che monitorano le finanze internazionali.

Se si crede alle parole di Maduro, la popolazione e gli investitori in criptovalute non si stanno facendo intimidire da queste paure, che comunque sarebbero orchestrate da agenti statunitensi e dall’opposizione. Maduro sostiene che tre settimane dopo l’introduzione del petro si sarebbero già incassati cinque miliardi di dollari americani.       

Foto di un codice di programmazione su uno schermo 


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